Claudio Ferretti, l’atletica raccontata alla radio

22 Maggio 2020

È scomparso a 77 anni il cronista Rai: il battesimo in pista agli Europei di Helsinki ’71, la Garzantina dello Sport come caposaldo di cultura sportiva

 

di Giorgio Cimbrico

La voce, la presenza, la passione, la cultura: sono gli strumenti e i canoni che Claudio Ferretti, scomparso a 77 anni, ha usato nella lunga parabola che ne ha fatto uno degli interpreti generosi e dignitosi nel ricco cast proposto dalla Rai del tempo, del suo tempo. Le radici affettive affondavano nel ciclismo, sia per la parte avuta in anni memorabili dallo spericolato padre Mario (“un uomo solo al comando…”), sia per origini che la nascita romana non aveva cancellato: si possono non amare i “giganti della strada” quando la Novi Ligure paterna, città dei campionissimi, permane nel cuore e nella memoria?

Claudio ha commentato molti Giri e molti Tour, ha condotto una creatura zavoliana come il Processo alla Tappa, ha lasciato una testimonianza appassionata scandendo la sfida Bertoglio-Galdos sulle alte cime, aveva in un archivio personale vasto come la biblioteca di Babele il primo drammatico confronto tra Benvenuti e Monzon, era, con Ciotti, Ameri e Provenzali, uno dei quattro moschettieri di Tutto il calcio minuto per minuto. Ciascuno aveva il proprio tono, il proprio ritmo, le proprie peculiarità più o meno compiaciute, ma senza eccessi e tutto concorreva alla domenicale scrittura di uno spartito emozionante, sostenuto da una direzione esemplare.

Ferretti ebbe in atletica un decisivo battesimo nell’estate del ’71, agli Europei di Helsinki, e in quei giorni ebbe in sorte di veder nascere chi avrebbe marcato a fuoco il movimento sino alla prima metà degli anni Ottanta: una diciottenne Sara Simeoni, un diciannovenne Pietro Mennea, i due cuccioli che non interpretarono il viaggio al Nord come un gita premio. Claudio si entusiasmò di fronte alla corsa selvaggia di Marcello Fiasconaro e alzò i toni l’ultimo giorno, quando Franco Arese seppe limare gli artigli di Henryk Szordykowski. Chi gli fu vicino nel vecchio stadio di stile razionalista, racconta di un genuino entusiasmo e di un singolare richiamo – Ohjelma – che aveva imparato dai ragazzini che vendevano i programmi giornalieri.

Era alla finale di Coppa Europa di Nizza nel ’75 quando Pietro finalmente si liberò di una nemesi lasciandosi alle spalle per la prima volta Valerij Borzov; intervistò Sara quando l’emozione per la scalata all’oro di Mosca vibrava ancora come un diapason. Avrebbe ritrovato Sara quattro anni dopo a Los Angeles per quel capolavoro che non venne coronato dal miracolo.

Alla guida dello sport del Tg3, non trascurò mai di coltivare quel che aveva seminato nel giardino di casa: lo sport come storia, come cultura, come narrazione, come recherche. Era importante, quasi vitale, lasciare una testimonianza che oggi appare un testamento: all’insegna di un enciclopedismo irrorato di umanità, curò, fianco a fianco di chi, come Augusto Frasca, è in possesso di una profonda conoscenza storica e di una classicità di scrittura, la Garzantina dello Sport, che in un’epoca di informazione online rimane un caposaldo ben più attendibile. Meglio sfogliare che cliccare per immergersi in pagine in cui lo sport è trattato, come avrebbe detto Braudel, in “n” dimensioni. Tutte, più o meno come le direttrici di marcia di un amico che ci ha lasciato.

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