A Londra c'è un mondo di atletica!

30 Luglio 2017

Dal 4 al 13 agosto la sedicesima edizione dei Campionati del Mondo si prepara ad accogliere 2034 atleti di oltre 200 Paesi. In palio 48 titoli iridati.


 

di Giorgio Cimbrico

L’atletica è un mosaico, un puzzle, un caleidoscopio stracolmo di pietroline di tutti i colori che è bello far ruotare, un concilio ecumenico, un atlante da sfogliare con cura. In atletica tanti possono avere il biglietto vincente, o quello per il secondo e il terzo premio. Sufficiente pensare a quel che sta per capitare a Stratford, East End londinese, nel Parco Olimpico intitolato a Sua Maestà Elisabetta II, 91 anni ben portati. Biglietti venduti, 700.000: per i britannici lo sport è sempre un affare di cuore e un affare.

In realtà, l’atletica è sempre stata una faccenda universale: a Londra 1948, l’argento dei 400hs andò a Duncan White, Ceylon, non ancora Sri Lanka, e quattro anni dopo, a Helsinki, l’oro dei 1500 fu di Josef Barthel, detto Josy, pelatino lussemburghese che si lasciò alle spalle americani, britannici e svedesi. Ai Mondiali un podio simbolo è quello del triplo a Goteborg 1995: dietro Jonathan Edwards, nel giorno dei big bang a 18,16 e 18,29, Brian Wellman di Bermuda e Jerome Romain di Dominica, che non ha niente a che fare con la Dominicana. Dominica è molto più piccola, 750 km quadrati e 70.000 abitanti. St Kitts and Nevis ne ha anche meno e Kim Collins rese felice la sua piccola patria scatenando una gran festa di piazza a Basseterre vincendo i 100 a Parigi 2003. Oltre all’addio di Usain Bolt, è in programma anche quello di Kim, 41 anni e un figlio maggiorenne.

A Londra, attenti alla sigla IVB: sta per Isole Vergini Britanniche. L’unico a esser sceso quest’anno sotto i 48 secondi nei 400hs viene da lì: Kyron McMaster, 20 anni, 47.90 a Kingston, la sera dell’addio giamaicano di Bolt. Quando il ragazzo è andato ad assaggiare la pista della prossima disfida, ha mostrato di essere un tipo senza paura, a costo di andar incontro, per usare un termine ippico, a una rottura finale.

Sul BOT (Botswana) le informazioni sono note e abbondanti: Nijel Amos può tirar via il titolo degli 800 sull’anello che cinque anni fa lo rivelò ragazzino da 1:41.73; Isaac Makwala sarà uno dei più fieri avversari di Wayde van Niekerk su 200 e 400; Baboloki Thebe è da finale e qualcosa di più sul giro di pista e la 4x400 può rendere la vita difficile a un quartetto americano che, Fred Kerley a parte, non ha l’apparenza dell’invincibilità, come è capitato spesso in passato.

Altre sigle da tener d’occhio: TTO (e non più TRI) di Trinidad e Tobago con il duro agonista Keshorn Walcott (l’ex giocatore di cricket torna nel teatro della sua impresa placcata a cinque cerchi) e con una banda di velociste guidata dalla stravagante e tatuatissima Michelle-Lee Ahye: 10.82 lei, 10.88 Kelly-Ann Baptiste, 11.06 Khalifa St. Fort, 11.11 Semoy Hackett, tutti tempi casalinghi, firmati a Port of Spain, ma se il bastone non cade e se la zona cambio viene rispettata, le eredi di Hasely Crawford e di Ato Boldon possono dare fastidio.

A seguire il QAT (Qatar) di Mutaz Essa Barshim, il BRN (Bahrein) acquisito di Ruth Jebet, il CIV (Costa d’Avorio) di Murielle Ahouré ma oggi soprattutto della piccola Marie-Josée Ta Lou. E poi il JAM (Jamaica) molto speciale di Fedrick Dacres, il Bolt che spara il disco, e nel triplo il VEN della cavalletta Yulimar Rojas pronta ad affrontare gli artigli della pantera Caterine Ibarguen, icona della Colombia (COL). Due sigle, infine, non sono sull'atlante, ma sono accostate ai nomi di diversi atleti in gara ai Mondiali di Londra: l'ART ovvero l'Athlete Refugee Team e l’ANA (Authorised Neutral Athlete) di Maryia Kuchina maritata Lasitskene e di Sergey Shubenkov, la caucasica e il siberiano che, senza bandiera, riportano in scena una Russia ancora in via di espiazione.

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